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La generosità non è il contrario della libertà. È uno dei modi più belli di esercitarla.

10 minuti fa
Tempo di lettura: 11 min

Tra nuove libertà e vecchi egoismi, una riflessione sul piacere di dare, sulla reciprocità e sulla solitudine emotiva maschile.


Ci sono gesti che non costano quasi nulla, eppure raccontano molto di ciò che proviamo per qualcuno. Una carezza inattesa, una telefonata senza un motivo preciso, un piatto preparato sapendo che è il preferito della persona amata. Piccole attenzioni che non nascono da un obbligo, ma dal semplice desiderio di far stare bene l'altro.

Mi domando se, nella società in cui viviamo, non stiamo progressivamente perdendo il valore di questi gesti. Non perché siano scomparsi, naturalmente, ma perché sembra esserci sempre meno spazio per quella forma di generosità che dovrebbe rappresentare una componente essenziale dell'amore.

Viviamo in un'epoca che celebra l'indipendenza individuale. Ci viene continuamente ricordato quanto sia importante difendere i nostri spazi, rispettare i nostri desideri, non rinunciare alla nostra identità per compiacere qualcuno.

Sono principi che condivido. Nessuna relazione dovrebbe trasformarsi in una gabbia e nessuno dovrebbe essere costretto a sacrificare la propria felicità per soddisfare le aspettative del partner.

Eppure, mi chiedo se questa legittima attenzione a noi stessi non rischi, qualche volta, di trasformarsi in qualcosa di diverso.


Abbiamo imparato a riconoscere ciò che vogliamo ricevere dall'amore. Ma siamo ancora altrettanto interessati a ciò che possiamo dare?


È una domanda che riguarda tutti, uomini e donne. Tuttavia, osservando la trasformazione dei rapporti tra i sessi, mi sembra che emergano alcune contraddizioni sulle quali valga la pena riflettere.


Le conquiste delle donne e le contraddizioni del cambiamento


Per secoli le donne hanno vissuto in una società che attribuiva loro ruoli prestabiliti, limitandone l'autonomia economica, professionale, sessuale e personale.

L'emancipazione femminile è stata una conquista straordinaria, ottenuta attraverso generazioni di battaglie e cambiamenti culturali. Ha restituito alle donne la possibilità di scegliere liberamente il proprio destino, di realizzarsi nel lavoro, di vivere la sessualità secondo i propri desideri e di costruire relazioni non più fondate sulla dipendenza.

È un progresso che non dovrebbe essere messo in discussione.

Ma ogni trasformazione sociale, soprattutto quando è così profonda, produce nuovi equilibri e nuove contraddizioni.

Una di queste, almeno per quanto ho potuto osservare e sperimentare, riguarda il rapporto tra indipendenza e generosità affettiva.

Mi colpisce, infatti, incontrare donne che sembrano aver assimilato proprio alcuni dei comportamenti maschili che un tempo venivano giustamente criticati: la tendenza a mettere sempre al centro le proprie esigenze, a considerare naturale ricevere attenzioni e a dedicarne meno a quelle del partner.

Non so se questo atteggiamento sia realmente più diffuso rispetto al passato. Non dispongo di elementi per affermarlo e non voglio trasformare esperienze personali in giudizi generali.

So però che esiste, e che può produrre un profondo senso di solitudine in chi lo subisce.

Sarebbe sbagliato attribuirne la responsabilità all'emancipazione. La libertà non rende egoisti. Semmai permette anche di manifestare aspetti della personalità che, in passato, potevano essere repressi dalle convenzioni sociali.

Il problema nasce quando l'affermazione della propria indipendenza viene confusa con l'idea di non dover più dedicare attenzione ai bisogni altrui.

Le donne hanno finalmente conquistato il diritto di non vivere più in funzione della felicità di un uomo. Una conquista sacrosanta. Ma lungo questo percorso, forse, alcune hanno finito per confondere la libertà di non dover compiacere qualcuno con la rinuncia al piacere di farlo.

Eppure, tra queste due condizioni esiste una differenza enorme.


Non essere obbligati ad amare non dovrebbe significare perdere il piacere di dimostrare il proprio amore.


Il paradosso delle aspettative maschili


Anche agli uomini viene chiesto, giustamente, di cambiare.

Il modello dell'uomo autoritario, distante dalle responsabilità domestiche e poco disponibile a manifestare i propri sentimenti appartiene a un passato che non merita rimpianti.

Un uomo dovrebbe saper ascoltare, condividere, partecipare alla gestione della famiglia, rispettare l'autonomia della compagna e contribuire alla serenità della relazione.

Ma c'è un paradosso che merita attenzione.

In alcune coppie, mentre vengono progressivamente abbandonate le aspettative tradizionali nei confronti delle donne, quelle rivolte agli uomini sembrano resistere.

L'uomo deve continuare a corteggiare, prendere l'iniziativa, organizzare, sorprendere, sostenere emotivamente ed essere disponibile.

Deve mostrarsi sicuro di sé, ma anche sensibile. Rispettare gli spazi della compagna senza apparire distante. Essere presente senza diventare invadente. E, possibilmente, comprendere i bisogni dell'altra persona anche quando non vengono espressi.

Tutto questo può essere parte di una relazione meravigliosa, purché sia reciproco.

Diventa invece faticoso quando le attenzioni dell'uomo vengono considerate scontate, mentre quelle della donna sembrano assumere il carattere di una concessione.

Naturalmente esiste anche la situazione opposta, tutt'altro che rara: donne che lavorano, si occupano della famiglia e continuano a sostenere gran parte del carico domestico e delle responsabilità emotive, accanto a uomini che danno per acquisita quella dedizione.

Sono squilibri differenti, ma nascono da un problema comune: la difficoltà di riconoscere nell'altro una persona con bisogni e desideri importanti quanto i nostri.

Eppure, quando si parla di uomini, c'è ancora una certa resistenza a riconoscerne la vulnerabilità affettiva.

Un uomo che desidera attenzioni, tenerezza e rassicurazioni rischia talvolta di apparire debole, bisognoso, insicuro.

Come se il suo ruolo dovesse essere sempre quello di offrire protezione e non anche quello di riceverla.

Ma un uomo può essere perfettamente autonomo, sicuro di sé, capace di affrontare la vita da solo e desiderare ugualmente che qualcuno si prenda cura di lui.

Non perché ne abbia materialmente bisogno.

Semplicemente perché gli piace sentirsi amato. A chi non farebbe piacere?


Il sesso e il piacere dimenticato di dare


C'è un territorio nel quale la generosità assume un significato particolarmente intimo: la sessualità.

Per molto tempo il piacere femminile è stato subordinato a quello maschile. Non era raro che un uomo considerasse concluso il rapporto sessuale una volta raggiunto il proprio appagamento, senza preoccuparsi altrettanto di quello della compagna.

La liberazione sessuale femminile ha contribuito a modificare profondamente questa concezione, riconoscendo alle donne il diritto di esprimere i propri desideri, conoscere il proprio corpo e vivere pienamente il piacere.


Una conquista importantissima.


Eppure, proprio in questo ambito, nella mia esperienza di questo ultimi anni e nei racconti maschili, ho osservato una contraddizione che trovo sorprendente.

Alcune donne sembrano aver adottato quello stesso atteggiamento individualista che per generazioni è stato rimproverato agli uomini. Cercano il proprio piacere, lo raggiungono e, una volta soddisfatte, mostrano scarso interesse per l'appagamento del partner.

È un comportamento che non dovrebbe essere attribuito a un sesso, ma che colpisce quando si ripresenta a parti invertite, soprattutto se proviene da chi rivendica giustamente attenzione verso i propri desideri.

Naturalmente nessuno è obbligato a procurare piacere a un'altra persona. Il sesso deve rimanere un'esperienza libera, desiderata e condivisa, mai una prestazione dovuta.

Ma esiste una differenza sostanziale tra non sentirsi obbligati a soddisfare il partner e non provare alcun interesse per ciò che egli desidera.

La sessualità, quando nasce da un coinvolgimento autentico, non dovrebbe essere soltanto una ricerca individuale di appagamento.

Dovrebbe contenere anche il desiderio di scoprire l'altro, di ascoltarlo, di comprendere cosa lo emoziona e di contribuire al suo piacere.

E questo vale, naturalmente, per entrambi.

Credo che una delle dimensioni più belle dell'intimità sia proprio il piacere di dare piacere.

Non come sacrificio, non come dimostrazione di bravura e nemmeno come obbligo di raggiungere un risultato. Ma come espressione del desiderio di far stare bene la persona che abbiamo accanto.

Quando questa attenzione manca, il problema non riguarda soltanto la soddisfazione sessuale.

Riguarda qualcosa di più profondo: la sensazione di non essere desiderati con la stessa intensità con cui desideriamo.

Si può condividere un letto, avere rapporti sessuali e sentirsi ugualmente soli.

Perché la vicinanza fisica non coincide necessariamente con quella emotiva.


Un piatto preparato con amore


Vorrei soffermarmi su un esempio apparentemente banale, ma che considero particolarmente significativo: preparare da mangiare per qualcuno.

Per secoli cucinare è stato considerato un compito prevalentemente femminile, spesso imposto dalla tradizione e dalla distribuzione diseguale delle responsabilità familiari.

È comprensibile, quindi, che molte donne abbiano rivendicato il diritto di non essere più identificate con quel ruolo.

Ma credo che, nel rifiutare giustamente l'obbligo, sarebbe un peccato perdere anche il valore affettivo del gesto.

Preparare una cena per la persona amata non significa servirla.

Può significare semplicemente aver pensato a lei.

Può essere un piatto di pasta cucinato come piace al compagno, una torta preparata per sorprenderlo, una colazione portata a letto.

Non conta il valore materiale di ciò che si offre, né il tempo impiegato.

Conta l'intenzione.

Quel pensiero silenzioso che dice: «So che questa cosa ti piace e ho voluto farla per te».

Non è forse una delle espressioni più semplici dell'amore?

Naturalmente non c'è alcun motivo per cui debba essere una donna a compiere quel gesto. Un uomo può preparare con la stessa tenerezza una cena per la compagna, e dovrebbe farlo ogni volta che ne prova il desiderio.

Il problema non è stabilire chi debba cucinare.

Il problema è conservare il piacere di fare qualcosa per l'altro, anche quando non ci viene richiesto.

In una società nella quale possiamo acquistare quasi ogni servizio, ordinare qualsiasi pietanza e delegare gran parte delle incombenze quotidiane, rischiamo forse di dimenticare che alcuni gesti valgono proprio per il tempo e l'attenzione che decidiamo liberamente di dedicare a qualcuno.

Una cena al ristorante può essere splendida. Ma anche un piatto preparato in casa, con il desiderio di fare una sorpresa, possiede un valore che non si misura in denaro.

Non perché comporti necessariamente più fatica, ma perché racconta un'intenzione.

E quell'intenzione, quando è spontanea e reciproca, alimenta la complicità.

L'amore vive anche di queste piccole attenzioni.

Non dovrebbe essere necessario chiederle continuamente, né trasformarle in una contabilità di favori.

Dovrebbero nascere, almeno qualche volta, dal semplice piacere di donare.


L'individualismo che entra nelle relazioni


Credo che il problema sia più ampio della trasformazione dei rapporti tra uomini e donne.

Viviamo in una cultura che attribuisce una grande importanza alla realizzazione personale, alla difesa dei propri confini e alla ricerca del benessere individuale.

È una sensibilità che ha prodotto cambiamenti positivi. Ha aiutato molte persone a riconoscere relazioni malsane, a sottrarsi a imposizioni e a comprendere che amare non significa annullarsi.

Ma quando il benessere individuale diventa l'unico criterio con il quale valutiamo una relazione, rischiamo di impoverire il significato stesso dell'amore.

Ci domandiamo se una persona ci soddisfa, se risponde alle nostre aspettative, se ci offre ciò di cui abbiamo bisogno.

Sono domande legittime.

Ma quanto spesso ci chiediamo se siamo noi a rendere felice quella persona?

Se si sente considerata, desiderata, ascoltata?

Se le nostre attenzioni sono spontanee quanto quelle che vorremmo ricevere?

A volte sembra che il rapporto di coppia venga vissuto come una continua trattativa tra due individui impegnati a difendere i rispettivi interessi.

Ognuno cerca di preservare la propria libertà, il proprio tempo, le proprie abitudini.

E certamente è giusto che nessuno perda la propria identità.

Ma amare significa anche permettere che un'altra persona diventi importante nella nostra vita, al punto da concederle di spontaneamente di influenzare alcune scelte.

Significa accettare che, qualche volta, il suo sorriso ci interessi più della nostra comodità.

Non c'è nulla di mortificante in questo, quando il sentimento è reciproco.

La generosità diventa un problema quando è imposta, quando viene pretesa o quando una sola persona è costretta a sostenere continuamente il peso della relazione.

Ma quando nasce liberamente, quando entrambi provano piacere nel dedicarsi all'altro, rappresenta una delle forme più belle dell'intimità.

Prendersi cura di qualcuno per obbligo può essere una rinuncia alla libertà. Farlo per amore può essere una sua espressione.


La solitudine emotiva degli uomini

Vorrei tornare, a questo punto, su un aspetto che mi sembra ancora poco raccontato: il bisogno maschile di tenerezza.

Non parlo degli uomini che rimpiangono una compagna sottomessa o che cercano qualcuno disposto a occuparsi delle loro necessità quotidiane.

Penso a uomini che sanno vivere da soli, che hanno costruito una propria autonomia, che sono capaci di gestire una casa, cucinare, lavorare, prendersi cura di se stessi.

Uomini che non hanno bisogno di una donna per sopravvivere, ma desiderano averne una accanto per condividere sentimenti, emozioni e piaceri.

E che talvolta, proprio all'interno delle relazioni, finiscono per sentirsi poco amati.

Perché sono quasi sempre loro a cercare il contatto, a proporre un incontro, a organizzare qualcosa di piacevole, a prendere l'iniziativa nell'intimità.

Non necessariamente per egoismo della compagna. A volte si tratta di abitudini consolidate, di differenti modi di esprimere l'affetto, di aspettative mai chiarite.

Ma quando questa asimmetria diventa costante, può nascere una sensazione difficile da ignorare: quella di essere desiderati meno di quanto si desideri.

Credo che molti uomini facciano fatica ad ammetterlo.

Forse perché per troppo tempo hanno associato la propria identità alla capacità di essere forti, autonomi, protettivi.

Eppure anche un uomo desidera, qualche volta, sentirsi al centro dei pensieri di qualcuno.

Vorrebbe ricevere un messaggio inatteso, essere abbracciato senza averlo chiesto, scoprire che la compagna ha organizzato qualcosa soltanto per fargli piacere.

Vorrebbe sentirsi desiderato, non soltanto disponibile.

Non sono grandi pretese.

Sono quelle piccole manifestazioni di affetto che rendono una relazione diversa da una semplice frequentazione occasionale.

E forse dovremmo imparare a riconoscere che il bisogno di tenerezza non diminuisce il valore di un uomo, così come l'indipendenza non diminuisce quello di una donna.

Possiamo essere forti e desiderare di essere protetti.

Possiamo essere autonomi e avere bisogno di sentirci importanti per qualcuno.

Non c'è alcuna contraddizione.


Non una nuova guerra tra uomini e donne


Non vorrei che queste riflessioni venissero interpretate come un'accusa al mondo femminile.

Sarebbe un errore e, soprattutto, non corrisponderebbe al mio pensiero.

Esistono donne capaci di una generosità straordinaria e uomini che continuano a considerare le proprie esigenze più importanti di quelle delle compagne.

Esistono donne che dedicano ogni giorno energie e attenzioni alla famiglia, spesso senza ricevere il riconoscimento che meriterebbero. Ed esistono uomini che hanno imparato a condividere autenticamente le responsabilità e a vivere l'amore con sensibilità.

Non credo, quindi, che il problema possa essere ricondotto a una contrapposizione tra i sessi.

Penso piuttosto che stiamo attraversando una trasformazione ancora incompiuta.

Le donne hanno conquistato nuove libertà, gli uomini stanno progressivamente ridefinendo la propria identità, le relazioni hanno perso molti dei vincoli che le caratterizzavano in passato.


Non sempre abbiamo saputo sostituire i vecchi obblighi con una nuova cultura della reciprocità.


Forse ci siamo concentrati molto sui diritti individuali e troppo poco sul valore dei gesti spontanei.

Eppure l'amore non dovrebbe essere una competizione per stabilire chi ha più bisogno dell'altro, chi concede di più, chi rinuncia a meno.

Non dovrebbe nemmeno trasformarsi in un bilancio nel quale registrare ciò che abbiamo dato e pretendere una restituzione equivalente.

La reciprocità non significa necessariamente fare le stesse cose, con la stessa frequenza e nello stesso modo.

Significa sapere che entrambi hanno a cuore la felicità dell'altro.

Che nessuno considera scontate le attenzioni ricevute.

Che il desiderio di dare non appartiene sempre alla stessa persona.

E soprattutto significa comprendere che la libertà conquistata non ci rende meno capaci di amare. Ci offre, al contrario, la possibilità di farlo senza costrizioni.


La felicità di rendere felici

Forse è arrivato il momento di recuperare un concetto semplice, che sembra essersi un po' smarrito nel rumore delle rivendicazioni individuali.

Amare non significa soltanto desiderare di essere felici insieme a qualcuno.

Significa anche provare felicità nel contribuire alla sua.

Non è una rinuncia a se stessi. Non è una forma di dipendenza. Non è accettare qualsiasi sacrificio pur di mantenere una relazione.

È qualcosa di molto più spontaneo.

È il piacere di conoscere così bene una persona da sapere come farla sorridere. È ricordarsi di ciò che le piace, preoccuparsi della sua stanchezza, desiderare il suo benessere anche quando non ne ricaviamo un vantaggio immediato.

È la gioia di un incontro intimo nel quale il piacere dell'altro diventa anche il nostro.

È una cena preparata con amore, un abbraccio dato al momento giusto, una premura inattesa.

Sono gesti piccoli, ma raccontano una verità fondamentale: quella persona conta per noi.

E se esiste qualcosa che mi piacerebbe vedere crescere nei rapporti tra uomini e donne, non è certo una nuova distribuzione dei privilegi o dei doveri.

È la capacità di ritrovare il piacere di essere generosi.

Senza che questo venga confuso con la debolezza, la sottomissione o la perdita della propria identità.

Perché non abbiamo bisogno di donne meno indipendenti o di uomini più dominanti.

Abbiamo bisogno di persone che sappiano essere libere senza diventare indifferenti.

Persone che non considerino l'amore soltanto qualcosa da ricevere, ma anche qualcosa da costruire, alimentare e donare.

In fondo, la vera reciprocità nasce quando due persone non si chiedono continuamente quanto stanno ottenendo dalla relazione, ma scoprono di avere entrambe un desiderio sincero di contribuire alla felicità dell'altra.

Ed è forse questa una delle forme più mature dell'amore: sapere di poter vivere anche da soli, ma scegliere ogni giorno di prendersi cura di qualcuno, perché farlo rende più bella anche la propria vita.


La libertà ci permette di non dover amare per obbligo. La generosità ci regala la gioia di farlo per scelta.


Roberto Salvo

 
 
 

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